Ogni scrittore che crei un mondo secondario, una fantasia, ogni subcreatore, probabilmente desidera in parte almeno essere un creatore effettivo [...]. ~ J.R.R. Tolkien

Continua Tolkien:

J.R.R. Tolkien: “[...] o almeno spera di attingere alla realtà: spera che l'essenza propria di questo mondo secondario (se non ogni suo particolare) derivi dalla realtà oppure a essa confluisca. […] La caratteristica peculiare della "gioia" in un riuscito lavoro di fantasia può essere designata quale un improvviso balenare della realtà o verità sottesa. Non si tratta soltanto di "consolazione" per i mali di questo mondo, bensì di soddisfazione, di una risposta alla famosa domanda: "è vero?" La risposta che ho dato ad essa poc'anzi è stata (e con piena legittimità): "Se avete costruito bene il vostro piccolo mondo, sì. E' vero in quel mondo". E questo è sufficiente per l'artista.”

 

Del resto anche Terry Brook, un altro grande maestro del fantasy e della narrativa, sostiene la medesima cosa:

Terry Brook: Ho iniziato a scrivere i libri di Shannara da quando avevo ventitré anni. E in quei libri ci sono andate a finire tutte le cose che amavo: Tolkien, Thomas e altri. […] Per me il fantasy deve mostrare il mondo da un altro punto di vista. Praticamente, la prospettiva del mondo in maniera differente. Scrivere fantasy è raccontare una storia riguardo quello che io vedo nella vita reale, quella di tutti i giorni. Parlando con il mio editore, sono arrivato alla conclusione che il fantasy deve approssimarsi al reale, per essere capito e compreso. Anzi, il fantasy è qualcosa che potrebbe essere reale.”

Sia Tolkien che Brooks ripetono quello che resta il comune denominatore di tutti i grandi scrittori della storia: a prescindere dal genere, la prima regola per raccontare qualcosa è credere fermamente in ciò che si scrive o descrive.


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